Thursday, April 8, 2021

HANS KÜNG Fede-Umanità

Il teologo Hans Küng è morto il 6 aprile 2021 all'età di 93 anni nella sua casa di Tubinga, in Germania. Nato a Sursee, in Svizzera, nel 1928, dal `48 al `55 aveva studiato alla Pontificia Università Gregoriana di Roma e ordinato sacerdote nel `54. Dopo il dottorato in teologia alla Sorbona di Parigi aveva svolto per alcuni anni l’attività pastorale. All’età di 32 anni era diventato professore ordinario presso la Facoltà di Teologia cattolica dell’università di Tubinga in Germania.

Definito il più importante teologo del dissenso cattolico criticò fortemente il dogma dell'infallibilità papale, su cui nel 1975 venne richiamato dalla Congregazione per la dottrina della fede, che poi, in seguito all'inasprirsi dei toni della contestazione, il 18 dicembre 1979 gli revocò l’autorizzazione all’insegnamento della teologia dogmatica (continuò però a insegnare teologia ecumenica).

Gli anni Sessanta e Settanta hanno visto il teologo svizzero impegnato nel processo di rinnovamento liturgico e di apertura della Chiesa cattolica al mondo moderno. Scrisse opere, divenute best sellers mondiali, ritenute autentiche innovazioni della teologia del XX secolo come Essere cristiani, Dio esiste? Vita eterna? elaborando la sua «teologia per gli uomini» in un confronto con le espressioni più avanzate dell’ateismo, del nichilismo, della laicità e della scienza.

Saggista e teologo, paladino del pensiero progressista e riformista Hans Küng fu molto critico verso il pontificato di Giovanni Paolo II, considerato distante dallo spirito riformistico del Concilio Vaticano II, e nel 2020 chiese a Benedetto XVI un "mea culpa" per il modo in cui la Chiesa aveva gestito la piaga della pedofilia. Si è inoltre battuto per l’abolizione del celibato dei parroci, contro il divieto di ordinare le donne prete e per l’accettazione della pianificazione famigliare. Negli ultimi tempi, Kung aveva fatto parlare di sé per la sua apertura nei confronti del suicidio assistito.

L’opera della vita di Küng è la Fondazione Weltethos (etica planetaria), da lui diretta fino al 2013. La fondazione è impegnata a rafforzare la cooperazione tra le religioni mediante il riconoscimento dei loro valori comuni e a disegnare un codice di regole di comportamento universalmente condivise. Weltethos ha preparato la Dichiarazione per un’etica planetaria: un documento sottoscritto nel 1993 a Chicago dal Consiglio per un parlamento delle religioni del Mondo.

Dopo questa breve presentazione ritengo utile riportare alcune citazioni di Hans Küng.
Dal libro “Essere cristiani”:

«Gesù non ha mai detto che per entrare nel regno di Dio è necessario appartenere ad una chiesa, basta per lui l’obbediente accettazione del suo messaggio e la pronta, radicale sottomissione alla volontà di Dio».

«Ci sono uomini che, disgustati o lasciati del tutto indifferenti dai dogmatismi e dalle „favole “dell’ora di religione nelle scuole, prescindono per anni da quel Gesù inserito in una cornice mitologica, ma che poi giungono, anch‘essi per vie non di rado insolite, alla scoperta che Gesù potrebbe avere un grande, anzi decisivo significato per la loro concezione dell’uomo nel mondo e di Dio, per il loro essere, agire, soffrire».

«La sofferenza, quindi non deve essere necessariamente – tanto meno per il cristiano- una sorte di patire remissivamente, un fato, un destino, cui rassegnarsi „la sofferenza è una specie di trasformazione, sperimentata dall’uomo, un divenire “. Un divenire che è un tendere verso un fine ultimo più grande, più alto, più libero. Non solo combattere la sofferenza, ma elaborarla».

«Imitare la croce non significa imitare la sofferenza di Gesù, non significa riprodurre il supplizio della croce. Questa sarebbe arroganza bella e buona. Imitare la croce significa sopportare la sofferenza toccata proprio a me, nella mia inconfondibile situazione, in correlazione, in corrispondenza con la sofferenza di Cristo. Chi vuole andare con Gesù, rinneghi se stesso e non prenda la croce di Gesù o un’altra croce qualsiasi, ma prenda la sua croce e lo segua. Cercare un’ascesi monastica o nell’eroismo romantico, una sofferenza eccezionale non è da cristiani. Cristiano è il sostenere la sofferenza abituale, normale quotidiana e spesso appunto smisurata: ecco l’eroismo richiesto a chi crede nel Crocifisso. La croce di ogni giorno! Quanto poco edificante e naturale sia questa condizione, lo sa bene chi ha provato a sottrarsi alla sua croce sottraendosi a tutti i suoi impegni quotidiani, agli obblighi, alle responsabilità famigliari e professionali, di trasferire la sua croce sulle spalle altrui e di scuotersela di dosso. In tale prospettiva la croce di Gesù diventa criterio di conoscenza e azione autocritica».

Hans Küng ha sritto i suoi libri per i tanti che con motivazioni diverse si vogliono sinceramente e onestamente informare sui contenuti autentici del cristianesimo, su ciò che propriamente significa essre cristiani.
Sono anche scritti
Per chi non crede e tuttavia ricerca serimente,
per chi ha creduto e oggi, senza fede , è insoddisfatto,
per chi crede, ma si sente incero nella sua fede.
Perchi oscilla tra fede e incredulità, per chi dubita delle sue convinzioni, ma anche dei suoi dubbi.
Sono quindi libri per cristiani e atei, gnostici e agnostici, pietisti e positivisti, cattolici tiepidi e ferventi, protestanti e ortodossi.

Con questo post desidero ringraziare e rendere omaggio ad un mio grande maestro che per tutta la vita ha combattuto il dogmatismo religioso con la più autentica delle fedi: l’umanità.

Sandro B.
Zurigo 08.04.2021

Friday, March 19, 2021

SAN REMO 2021: ME NE FREGO

In cinque serate dal 2 al 6 marzo 2021 ha avuto luogo il Festival di San Remo. Ad altri l’intento di farne un giudizio dal punto di vista artistico, dei contenuti, con analisi sociologiche, auditel e quant’altro.

 In questo articolo si vuole focalizzare l’evento da un angolo circoscritto, ma significativo. Breve inquadratura: due presentatori: Amedeo Sebastiani (Amadeus), e Rosario Fiorello, 26 artisti, alcuni ospiti d’onore, fra cui Lauro De Marinis col nome d’arte Achille Lauro. Contorni, abbigliamenti bizzarri, un insolito femminilismo, confusione di generi, travestimenti eccentrici, maschi vestiti da femmine, baci gay per combattere l’omofobia: forse l’effetto della pandemia, il bisogno di uscire dall’isolamento e dalla depressione. Fino a qui quanto ci ha passato il convento. Un’osservazione però e abbastanza pertinente è sul numero esibito dal duo Lauro-Fiorello. Vestito total black, con la corona di spine cinta attorno al capo, lo showman Achille esegue la sua canzone “Me ne frego”. Già il testo si presta a delle riserve: un messaggio dal significato:” me ne frego, faccio l’amore col mio ego”. Praticamente l’apologia del nulla, del proprio individualismo, della propria istintualità, del vuoto, dell’irrilevanza di ogni regola e dei così detti valori. Ma gira e rigira non è tanto il testo che fa stupore quanto l’abbinamento con la corona di spine, simbolo sacro della passione di Gesù, dell’Ecce Homo di Pilato, quando questi condanna Gesù così conciato e distrutto all’esecuzione capitale.

Ovviamente non potevano mancare le reazioni, in quanto ogni simbolo sacro ha la sua collocazione, diversamente diventa profanazione. Inoltre non si può dare torto a quanti sostengono non potersi definire culturale e men che meno educativo per le nuove generazioni un simile spaccio di cinismo verso i simboli sacri. Il discorso sul simbolismo religioso è più profondo di quello che sembra. Perché non tocca Gesù Cristo, tocca il credente, cioè la persona che viene offesa nella sua identità fondante.

Una forte reazione è arrivata dal Vescovo di San Remo A. Suetta che ha pubblicato sul sito della Diocesi una Lettera in cui attacca il Festival per “la mancanza di rispetto e derisione verso la fede cristiana esibite in forme volgari e offensive” da alcuni protagonisti sul palco. Nel mirino in particolare Achille Lauro, i Maneskin e il premio Città di Sanremo a Rosario Fiorello.

Citazione: “A seguito di tante segnalazioni di giusto sdegno e di proteste – si legge nella nota – riguardo alle ricorrenti occasioni di mancanza di rispetto, di derisione e di manifestazioni blasfeme nei confronti della fede cristiana, della Chiesa cattolica e dei credenti, esibite in forme volgari e offensive nel corso della 71 edizione del Festival della Canzone Italiana a Sanremo, sento il dovere di condividere pubblicamente una parola di riprovazione e di dispiacere per quanto accaduto “.
 

Doveroso è anche dar voce a tutte le persone credenti e non credenti che si sentono offese e costernate dallo spettacolo offerto dal Festival di San Remo 2021 pieno di insulsaggini e volgarità, per sostenere il coraggio di chi con dignità non si accoda alla deriva dilagante di una società, quella italiana, che ha perso i suoi valori portanti e se ne compiace con il motto “me ne frego”.


 Sandro
19.03.2021

Sunday, January 24, 2021

CREDO NELLA CHIESA, MA NON IN DIO

L’espressione è di Vittorio Sgarbi, noto critico d’arte italiano, diversa dalla tradizionale: “credo in Dio, ma non nella chiesa” non è burlona, ma carica di suggestione, si tratta di distinguere. E vale la pena lasciare la parola all’autore. Sgarbi sostiene parafrasando un detto di Benedetto Croce:” perché non possiamo non dirci cristiani” in un’altra:” perché non possiamo non dirci clericali”. Il suo incipit è noto: l’arte sostituisce la fede e la religione.
La religione è un tentativo di speranza nella vita eterna che non ci è affatto garantita, l’arte è una promessa di eternità, una sostituzione della fede. L’arte è la prova dell’esistenza di Dio. Per cui molti hanno la fede attraverso l’arte anziché verso Dio. Conseguenza principale per lui è quella di credere di più alla chiesa perché questa la conosciamo come consistenza storica, fatta di una quantità di pensieri, di meditazioni, di riflessioni, di militanze, di monumenti laici e sacri, arti figurative, scultoree, letteratura, biblioteche, musica. In una parola è la dimostrazione che nessuna religione ha prodotto tante bellezze come quella cristiana. Fino a qui Sgarbi e prendendo le cose alla larga dovremmo giustamente affermare senza traccia di bigottismo che il Cristianesimo è la religione del bello e della bellezza in tutta la sua poliedrica vastità. In effetti anche il suo fondatore Gesù, l’innamorato dei gigli del campo, è venuto a portare il Vangelo che vuol dire il bell’annuncio. E per non dimenticare le radici cristiane anche Bergoglio ha stilato la sua prima enciclica del 2013 col titolo ”Evangelii gaudium”. Per saperne di più leggasi il libro del salesiano M. Fox. “In Principio era la gioia”.
Onde far risaltare questo aspetto è opportuno qui mettere fra parentesi determinati comportamenti della chiesa, l’eccesso dato ad una religione del sacrificio, del peccato originale, del dolorismo, del digiuno, della rinuncia a satana, degli interessi temporali, le sue “esecuzioni” contro i diversamente credenti come i 200 catari bruciati all’arena di Verona nel (1155), i 3.550 valdesi decimati in Calabria nella zona di Guardia dei Piemontesi (1561), i 120 insegnanti ”scomodi” di teologia destituiti dalla cattedra negli ultimi decenni da papa Wojtyla. Per quanto spiacevole questo aspetto qui non interessa. Fuori discussione invece che molte persone sono affascinate dall’arte. Per questo un’educazione al bello della natura come a quello delle opere di artisti andrebbe garantita a tutti. E andrebbero incrementate escursioni, visite ai musei, monumenti, cattedrali, turismo culturale.
Tentiamo qui un viaggio ideale attraverso i secoli limitandoci all’arte delle basiliche. Partiamo dal VI secolo e a Ravenna potremmo ammirare la chiesa di S. Apollinare in Classe stile bizantino con i suoi mosaici policromi. Proseguiamo verso il secolo seguente all’Abbazia di San Colombano in Bobbio (PC), di stile longobardo con le sue strutture originarie ottagonali simbolo del cosmo. Proseguiamo verso il 1000 con le basiliche stile romanico di cui è costellata l’Emilia e poi S. Marco di Venezia, Monreale di Palermo. Equilibrio di stile classico, muri compatti e massicci entro cui lo spirito viene protetto dalla distrazione. Proseguiamo verso Parigi dove un secolo più tardi principiò lo stile gotico con archi rampanti atti a incutere rispetto e facilitare l’elevazione. Proseguiamo verso il Rinascimento con cupole a proteggere le città, vedi duomo di Firenze. E avanti con il barocco del 1600, teatrale, virtuoso, bizzarro, ricchezza di toni e colori, espressione di potenza e di fasto, vedi la cattedrale di Lecce e la nostra Basilica S. Pietro di Roma. Fino all’età contemporanea con lo stile assembleare, e sintonizzato al paesaggio verde della natura, vedi Ronschamp Belfort capolavoro del Corbusier nella Francia sud-orientale.
Se poi consigliamo ai nostri maratoneti di percorrere la Francigena fino a S. Giacomo di Compostella è tutto un tragitto costellato di piccoli santuari dagli stili originali. Ci siamo limitati all’architettura sacra, proprietà della chiesa, salvaguardia della bellezza. Ma la chiesa ha esercitato il suo influsso su tutte le espressioni d’arte: sulla pittura da Giotto a Caravaggio. Sulla letteratura con Dante, sulla musica con il canto gregoriano, da Palestrina a Mozart. Ma l’arte non ha limiti di tempo, di cultura, di religione. Anche l’arte così detta laica ha lo stesso contenuto di quella sacra: dalla letteratura del Petrarca al Pascoli, ai vari romanzieri, dai grafiti preistorici alle opere di Van Gogh, dall’abbigliamento imperiale romano ai nostri stili di moda P.Cardin.
Gli artisti non muoiono mai, sono eterni, vivono dentro di noi e ci fanno rivivere. Se Dio crea, l’artista pure continua a creare. Ogni tipo di bellezza è salvifica, dà motivazioni, guarisce, unisce, ci fa tornare alle origini, nostalgia del passato verso un futuro ultramondano. Per cui i binomi dell’inizio, fede-arte, e chiesa-Dio anziché concorrenziali potrebbero anche richiamarsi a vicenda. E l’arte, sia essa di chiesa come degli infiniti geni autonomi, potrebbe essere un veicolo verso la fede in Dio e postularne l’esistenza.

Autore: Albino Michelin
Adattamento di ColosseoNews
23.01.2021

Monday, November 30, 2020

Addio a DIEGO MARADONA

Nella mitologia greca gli dei più antichi sono i Titani, considerati come le forze primordiali del cosmo, generati da Urano (cielo) e Gea (terra). Prometeo è il Titano che ruba il fuoco agli dei dell’olimpo per darlo agli uomini ed incorre nella punizione di Zeus che lo incatena ad una rupe ai confini del mondo per poi sprofondarlo nel Tartaro, il centro della terra. Prometeo simboleggia la lotta delle libertà contro il potere, ruba gli attributi agli dei (forza, coraggio, bellezza …) per darli agli uomini.

Diego Armando Maradona è stato il Prometeo che ha rubato agli dei qualità soprannaturali, adatte al calcio, le ha personificate ed applicate in modo unico diventando, a detta di molti, il giocatore più forte di tutti i tempi. Ma come Prometeo Diego, l’uomo, ha subito la punizione degli dei che l’hanno fatto sprofondare nell’inferno di quel mondo che lo aveva osannato come un Dio.

Diego Armando Maradona era nato il 30 ottobre 1960 a Buenos Aires nella baraccopoli di Villa Fiorito, fin da piccolo aveva mostrato un grande talento per il pallone, si allenava e diceva che il suo sogno era giocare per l’Argentina ai campionati del mondo per poi vincerli. Molto presto ci si accorse che Diego era un genio del calcio. Nella coscienza collettiva dei tifosi un dio calciatore si era personificato in Diego che prese precocemente a fare miracoli dentro un rettangolo erboso.

Il giornalista Fausto Pellecchia alla domanda: In che senso Maradona era un dio? Risponde: «In omaggio al suo genio … non solo per la genialità dei suoi piedi ma, a ben guardare, anche della sua testa e di tutto il suo corpo. Il genio che abitava in lui, tanto sottile quanto brutale, era in grado di creare attraverso lo sbilanciamento e la sproporzione. Sapeva mantenersi sul filo imprevedibile nella velocità come nella direzione della sua corsa: quando credevi che stesse finalmente per scivolare, con un’improvvisa piroetta, riusciva a capovolgere la situazione andando in gol. Ed anzi faceva le due cose contemporaneamente: mentre cadeva sotto il placcaggio o la spinta di un avversario, nell’attimo di capitolare al suolo cadendo, usava la sua caduta come artifizio per segnare. La caduta non equivaleva per lui alla fine, ma alla prosecuzione del gioco con altri mezzi. Se c’è una lezione che Maradona ci lascia, e che si può scoprire solo osservando i suoi movimenti al rallentatore, è proprio questa: creare è possibile solo se si è in procinto di cadere. Nello squilibrio, si cela la possibilità del nuovo».

Maradona, divino sul campo di calcio è stato anche un eroe epico capace di riscattare l’Argentina. Quattro anni dopo la guerra nelle Malvinas Maradona aveva reclutato anche Dio per regolare i conti con Margaret Thatcher. Ai campionati del mondo del 1986 l’Argentina sconfisse l’Inghilterra ai quarti di finale e Maradona segnò una rete considerata il gol del secolo, tre minuti dopo aver segnato un gol con la mano (noto come „mano de Dios“). Giocando da protagonista Maradona fece vincere all‘Argentina la coppa del mondo FIFA. Per molti argentini quella vittoria fu l'unico vero successo globale negli ultimi cinquant'anni della loro storia fu come vincere una guerra mondiale. 

La redenzione che Maradona ottenne per l'Argentina in Messico nel 1986, la elargisce una seconda volta un anno dopo, stavolta in Italia, quando il Napoli con Maradona, mitica maglia numero 10, vince il suo primo scudetto nel campionato 1986-1987, stagione in cui batté dopo trentadue anni la Juventus al Comunale di Torino. In particolare il suo schierarsi contro i "poteri forti", le sue umili origini, il suo beffarsi degli uomini e delle regole, il suo carattere dionisiaco le sue imprese creò una simbiosi con i napoletani che lo videro come un rappresentante degli "oppressi" del Sud Italia che lottava contro lo "strapotere" delle squadre del Nord. Era anche un riscatto del mezzogiorno d’Italia contro l’oltracotanza del Nord.

Il Dio calciatore si era personificato in Maradona sul campo di calcio, ma fuori di esso il genio l’abbandonava e rimaneva Diego, un uomo buono e fragile, rimasto in un certo senso fanciullo con tutta la sua sregolatezza, inerme di fronte ad un mondo che l’osannava ma nello stesso tempo lo travolgeva. Il declino di Diego dal punto di vista umano è cominciato a Napoli vittima di una popolarità asfissiante, di gente che approfittava di lui, della camorra e dalla dipendenza dalla cocaina, assunta all’inizio per lenire i dolori causati dagli infortuni, ma che col tempo cominciava ad interferire con la sua capacità di giocare a calcio.

Negli anni successivi al suo ritiro come giocatore, avvenuto nel 1997, a causa degli eccessi con alcol, cibo e cocaina la sua salute peggiorò progressivamente, costringendolo a diversi ricoveri ospedalieri, interventi chirurgici, oltre a piani di riabilitazione e disintossicazione tra gli anni duemila e gli anni duemila dieci. Il 25 novembre 2020 in Argentina, Diego Maradona è morto all’età di 60 anni per insufficienza cardiaca acuta.

 Per tutti gli appassionati di calcio a cui Maradona ha regalato gioie immense è una cosa inimmaginabile e se si dovesse spiegare la forza e la profondità del loro dolore si potrebbe dire che, con Maradona, è morto quello che nella mente di molti era un immortale. Diego Maradona rimane nell’immaginario un icona laica vivente, un idolo. Per tutti uno dei più grandi giocatori di calcio di tutti i tempi.

Sandro
30.11.2020


Wednesday, August 5, 2020

INAUGURAZIONE PONTE "GENOVA SAN GIORGIO"

Lunedì 3 agosto è stato inaugurato a Genova il nuovo viadotto autostradale che ha sostituito il Ponte Morandi. Il nuovo ponte, progettato dall’architetto Renzo Piano, si chiama “Genova San Giorgio” ed è stato aperto al traffico il 5 agosto. L’inaugurazione è avvenuta alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, del capo del governo Giuseppe Conte, del presidente della regione Giovanni Toti, del sindaco di Genova Marco Bucci e del progettista architetto Renzo Piano.

Per il premier Giuseppe Conte il ponte è “frutto del lavoro e del genio italico”, realizzato nel rispetto delle regole ed a tempo di record. La struttura ha ricevuto la benedizione dell’arcivescovo di Genova, monsignor Marco Tasca, che ha invocato la Madonna della Guardia, il cui santuario domina il ponte, ed a cui il vescovo ha affidato questa nuova struttura.

Anche in vecchio ponte Morandi era il “frutto del lavoro e del genio italico” ed era stato inaugurato nel 1967 dal presidente della repubblica Giuseppe Saragat con la benedizione dell‘allora vescovo di Genova. Purtroppo il 14 agosto del 2018 il ponte è crollato causando la morte di 43 persone. Non è stato un evento imprevedibile e causale bensì il “frutto dell’incuria e della scelleratezza italica”.

La cerimonia d’inaugurazione del nuovo ponte San Giorgio nelle intenzioni degli organizzatori doveva essere sobria, nel rispetto delle persone che avevano perso la vita nel crollo del vecchio ponte Morandi. Lo è stata solo in parte! Non si è riusciti a fare a meno dei rappresentanti della politica, sempre presenti nelle inaugurazioni, ma assenti nei compiti di gestione e di controllo delle infrastrutture del paese e nella tutela della vita dei cittadini. Sempre emozionante il passaggio della Frecce Tricolori, ma se ne poteva fare a meno, più profonde e presenti erano le emozioni che agitavano l’anima ed i sentimenti di tutti quelli che nella tragedia del 14 agosto 2018 avevano perso i loro cari.

A testimonianza un intervista del quotidiano La Nazione

Genitori di una vittima: 'La festa aumenta il nostro dolore' - "Altro che festeggiamenti, altro che orgoglio nazionale. Il nuovo ponte di Genova non è una rinascita, ma il simbolo del fallimento e di 43 vite ingoiate da un ponte fatiscente che qualcuno ha permesso crollasse in qualche modo". Lo hanno detto Franco e Daniela Fanfani, in un'intervista al quotidiano La Nazione: sono i genitori di Alberto Fanfani, medico morto a 32 anni nel crollo del ponte Morandi insieme alla fidanzata Marta Danisi, 29 anni, mentre lui la accompagnava ad Alessandria dove aveva ottenuto in ospedale il posto a tempo indeterminato come infermiera. Le celebrazioni per l'inaugurazione del nuovo ponte 'Genova San Giorgio', ha affermato Franco Fanfani, "è insopportabile per chi come noi ha perso un proprio caro. Serve solo a aumentare il dolore che mia moglie e io portiamo dietro, come tutte le altre famiglie coinvolte. Non è una una rinascita, non c'è niente da celebrare. Altro che sfilate dei politici". Daniela Fanfani ha parlato di "pianto e dolore. Ogni ponte che vedo mi si chiude lo stomaco. Altro che passerelle. I politici e gli amministratori avrebbero dovuto mettersi sotto il ponte, chinare la testa e vergognarsi di ciò che è successo". La madre di Alberto ha ricordato che il figlio "stava accompagnando" la fidanzata "a Alessandria, all'ospedale dove aveva ottenuto il contratto a tempo indeterminato come infermiera. Lui stava per prendere la specializzazione in medicina. 'Potrò fare il medico come sogno da sempre' mi aveva detto con orgoglio. Avevano anche fissato la data delle nozze: 25 maggio 2019. Erano felici. Erano insieme. E insieme sono morti in quel maledetto crollo".

In definitiva sarebbe stato più decoroso non mettere in risalto ancora una volta quella che è stata una vergogna nazionale.

Sandro
05.08.2020

Thursday, June 25, 2020

RESURREZIONE TOLSTOJ

Resurrezione (1899) è l’ultimo romanzo di Lev Tolstoj. L’ultimo e, secondo il parere di molti, il più grande. Sebbene la maggioranza della critica consideri Guerra e pace (1869) ed Anna Karenina (1877) i due massimi capolavori dell’eccezionale scrittore russo, la superiorità di Resurrezione rispetto ad essi risalta già dalle primissime pagine.
L’incipit di Resurrezione è prorompente.

«Per quanto gli uomini, riuniti a centinaia di migliaia in un piccolo spazio, cercassero di deturpare la terra su cui si accalcavano, per quanto la soffocassero di pietre, perché nulla vi crescesse, per quanto esalassero fumi di carbon fossile e petrolio, per quanto abbattessero gli alberi e scacciassero tutti gli animali e gli uccelli, – la primavera era primavera anche in città. Il sole scaldava, l’erba, riprendendo vita, cresceva e rinverdiva ovunque non fosse strappata, non solo nelle aiuole dei viali, ma anche fra le lastre di pietra, e betulle, pioppi, ciliegi selvatici schiudevano le loro foglie vischiose e profumate, i tigli gonfiavano i germogli fino a farli scoppiare; le cornacchie, i passeri e i colombi con la festosità della primavera già preparavano i nidi, e le mosche ronzavano vicino ai muri, scaldate dal sole. Allegre erano le piante, e gli uccelli, e gli insetti, e i bambini. Ma gli uomini – i grandi, gli adulti – non smettevano di ingannare e tormentare se stessi e gli altri. Gli uomini ritenevano che sacro e importante non fosse quel mattino di primavera, non quella bellezza del mondo di Dio, data per il bene di tutte le creature, la bellezza che dispone alla pace, alla concordia e all’amore, ma sacro e importante fosse quello che loro stessi avevano inventato per dominarsi l’un l’altro»

L’incipit di Resurrezione è sorprendente perché già nel 1899 Tolstoj mette sotto accusa l’uomo che con il suo comportamento violento e irresponsabile deturpa la terra con la combustione di combustibili fossili e la deforestazione. Un monito inascoltato, ma oggi nel XXI secolo Il cambiamento climatico è una realtà che sta provocando uno sconvolgimento degli ecosistemi e della ricchezza di biodiversità che sostengono la nostra vita.
 
Nell‘incipit di Resurrezione traspare inoltre un sentimento di profondo amore per la natura ed un incondizionato legame con la Terra che ha sempre condizionato l’animo ambientalista del popolo russo. Un tratto che fa di Tolstoj uno dei grandi precursori dell’ecologia.

In Resurrezione sono presenti numerosi accenni al Tolstoismo, la filosofia religiosa concepita dallo scrittore russo. I tolstoiani sono essenzialmente pacifisti e difendono appieno la non-violenza in tutte le circostanze; essi basano la loro condotta sugli insegnamenti morali di Cristo contenuti nel Discorso della Montagna, dunque sulla “non-violenza per contrastare il male” e “l’amore per il prossimo”. Secondo Tolstoj la religione deve tornare ad una dimensione terrena, immediata, permettendo all’uomo di fare il bene in questa vita. Ogni altro accenno a fantasiosi aldilà è deleterio e vano. Influenzato da Tolstoj, anche Gandhi portò avanti questa stessa linea di pensiero lottando in maniera non-violenta per la liberazione dell'India.

Sandro
23 giugno 2020

Sunday, June 7, 2020

SVIZZERA: 50 ANNI DALL'INIZIATIVA SCHWARZENBACH CONTRO L'INFORESTIERIMENTO

L’iniziativa popolare „contro l'inforestierimento“ del 1970, conosciuta anche come „iniziativa Schwarzenbach“, richiedeva come elemento centrale per ogni Cantone la riduzione degli stranieri al 10% dei cittadini svizzeri. Faceva eccezione Ginevra con una quota del 25%.

Secondo i calcoli del Consiglio federale, se l’iniziativa fosse stata accolta dal popolo svizzero e dalla maggioranza dei Cantoni, almeno 310.000 stranieri avrebbero dovuto lasciare la Svizzera entro quattro anni. La quota a carico degli italiani sarebbe stata preponderante.

Votazione
La votazione è considerata una delle più importanti del dopoguerra svizzero. La partecipazione al voto fu molto elevata 74,7% (1.226.658) degli aventi diritto al voto. Il numero dei “SI” notevole 46% (557.517). Il numero dei “NO” (654.884). 15 Cantoni respinsero l’iniziativa, in partico­lare i cantoni Ticino e Neuchâtel (solo 36% e 39% a favore). A favore dell’iniziativa votarono il Cantone di Berna ed i Cantoni di Friburgo, Lucerna, Nidvaldo e Obvaldo, Soletta, Svitto e Uri.
L’iniziativa venne respinta dal 54% dei votanti (allora solo uomini, perché le donne non avevano ancora ottenuto il diritto di voto a livello federale), con uno scarto di meno di 100.000 voti rispetto a quanti l’approvarono.
Nel cantone di Zurigo l'iniziativa fu respinta con una partecipazione al voto dell‘ 80%. La percentuale dei “NO” del 56%, quella dei “SI” del 44%. La maggior parte dei “SI” venne espresso dai lavoratori delle zone industriali. A Winterthur l’iniziativa venne accettata con una percentuale di “SI” del 50.26%.

La reazione degli stranieri
In gran parte degli stranieri l’esito della votazione lasciò molta tristezza per la proporzione elevata dei voti favorevoli. Molti emigrati ricordano ancora come all'interno delle fabbriche l’atmosfera fosse im­provvisamente cambiata: la probabilità che ogni due colleghi di lavoro svizzeri uno avesse votato a favore dell’iniziativa Schwarzenbach e dunque contro gli stranieri era facilmente desumibile dall'esito della votazione.

Italiani di Zurigo
Si riporta il ricordo, lo stato d’animo di alcuni italiani di Zurigo. Prima della votazione, l’insicurezza e l’amarezza per non sentirsi accettati ed apprezzati. Dopo il risultato, la gioia di non dovere essere espulsi e poter rimanere a lavorare in Svizzera.

Antonio D. In quegli anni si percepiva una sensazione di rifiuto da parte della società locale. L'iniziativa Schwar­zenbach del 1970 mi aveva molto preoccupato e rattristato. Il 7 giugno l’iniziativa venne rigettata dal popolo svizzero, ma molti l’approvarono.

Sandro B. Con l’iniziativa, gli immigrati italiani si resero conto di quanta poca considerazione godessero in molti strati della popolazione svizzera. Molti Svizzeri rigettarono l’iniziativa per opportunismo, convenienza e per paura delle conseguenze negative in campo sociale e soprattutto economico.

Laura C. Per me, come per molti altri immigrati, il sogno di avere un buon lavoro e poter vivere in un Paese civile stava per finire, il futuro appariva drammatico.

Giolivo B. Mi ricordo benissimo quei giorni, sia sul posto di lavoro, sia in privato, a contatto con i colleghi e gli amici svizzeri, automaticamente pensavi: voterà PRO oppure CONTRO l‘iniziativa? La situazione per noi emigranti era molto triste. La domenica delle votazioni, io e mia moglie eravamo andati in Germania assieme ad un nostro carissimo amico svizzero. Al ritorno in auto verso Zurigo, la radio svizzera tedesca comunicò i risultati, il nostro amico trovata una piazzola si fermò, ci abbraccio gridando: non dovete lasciare la Svizzera evviva! L'iniziativa Schwarzenbach è fallita.

La vittoria del “NO” permise alla Svizzera di salvare la sua immagine all’estero come Nazione rispettosa dei principi umanitari. Ma all’interno della Svizzera i lavoratori stranieri, per la maggior parte italiani, non avevano una vita facile. La grande emigrazione italiana in Svizzera era iniziata nel secondo dopoguerra ed aveva raggiunto il suo apice nel 1975 con la presenza di 573.085 unità (2/3 della popolazione straniera). Grande è stato il contributo di lavoro degli italiani al progresso economico della Svizzera. Altrettanto grandi sono state le difficoltà e le ingiustizie a cui sono stati sottoposti gli emigrati per decenni (condizioni di lavoro du­rissime, sfruttamento, discriminazione, xenofobia).

Ma il tempo e la storia spesso fanno giustizia, a partire dalla fine degli anni 80, la maggior parte della popolazione svizzera e le autorità cantonali e federali hanno riconosciuto, in pieno, il contributo economico e culturale fornito dalla presenza degli italiani nel loro paese.

Sandro
07.06.2020